Ho conosciuto Sabrina Lucini attraverso Valore D, il network di aziende che ha come scopo

“aumentare la rappresentanza dei talenti femminili ai vertici delle aziende italiane e sostenerne la partecipazione alle dinamiche d’impresa”

Sabrina, prima ancora di essere consigliera di Valore D, è ecommerce manager in Ikea Italia, quindi la sua agenda è ancor più incasinata della mia: ci siamo inseguite per un bel po’ di tempo, scambiandoci email e promesse di appuntamenti, prima di trovare un’ora per una chiacchierata tranquilla su conciliazione, pari opportunità, diversità e ruoli.

Il tema dell’intervista è collegato al lavoro di ValoreD, ma, ripensandoci a posteriori, molte delle considerazioni che sono emerse durante la nostra conversazione vanno molto al di là del recinto delle women’s issues, perché mostrano come l’ascolto, la sintonizzazione con la propria comunità di riferimento, il prendere in considerazione tutti i punti di vista, sono veramente il modo migliore di fare impresa oggi.

Sabrina, da quanto tempo lavori in Ikea, e cosa hai fatto prima?

Ho iniziato a lavorare in Ikea cinque anni fa. Prima di allora, avevo lavorato nel settore marketing di grandi aziende multinazionali: Disney, Danone, Novartis; poi  in una startup della new economy, che è stata successivamente acquisita da Cartasi.

Due anni dopo mi è arrivata, attraverso un head hunter, una proposta inattesa da parte di Ikea Italia: quella di diventare vice direttore del punto vendita di Genova. Per me si trattava di un tipo di lavoro completamente diverso da quello fatto fino ad allora, per dimensioni e complessità. Se pensate che Ikea Italia fattura, con 19 negozi, quasi 1600 milioni l’anno, gestire un singolo punto vendita è più o meno come guidare una delle tante PMI italiane: una sfida impegnativa, in cui mi sono buttata con entusiasmo e anche gratitudine per la fiducia che mi veniva data.

Una delle cose che mi ha subito colpito di Ikea è stata che mai, in nessuna fase della selezione, qualcuno mi  abbia fatto domande sui miei progetti di vita e l’eventualità di sposarmi o avere dei figli: nella mia esperienza di colloqui di lavoro, era la prima volta che questo argomento non veniva nemmeno sfiorato.

Sono stata per due anni a Genova, contenta di lavorare in un’azienda di cui condividevo i valori e l’approccio al cliente; poi mi hanno chiesto di passare alla sede centrale, in una posizione più “strategica”, focalizzata sull’area della casa più amata dagli italiani, il salotto. Circa un anno fa ho raccolto un’altra bella sfida, quella di lanciare l’ecommerce in italia (il lancio è avvenuto lo scorso 1 ottobre).

Una mia amica, che ha lavorato come responsabile del personale in un punto vendita Ikea, mi raccontava che si era montata da sola la scrivania con le brugole e tutto il resto: esagerava, o diceva la verità?

Montarsi i mobili da soli è una scelta che molti di noi fanno, perché è facile e divertente. Inoltre in Ikea dare il buon esempio è fondamentale, e lo è ancora di più mantenere il contatto con la realtà in tutti i suoi aspetti, anche quelli più operativi; io qualche giorno ogni anno vado a lavorare in negozio, e ogni settimana dedico un paio d’ore a chattare coi clienti nell’area di assistenza online del nostro sito di ecommerce, aperta tutti i giorni dalle 9 alle 20.

Lo stile Ikea così come emerge da cataloghi, spot, comunicazione istituzionale, è quello di un ambiente aperto alla diversità e in cui donne, uomini, etero e omo, persone di differenti nazionalità e background hanno opportunità uguali. È davvero così, o alla prova dei fatti conviene comunque essere maschi?

Coltivare la diversità fa parte del DNA di Ikea. Siamo convinti che solo attraverso la diversità si prendono le decisioni migliori; un gruppo di lavoro fatto di soli uomini, o di sole donne, rischia di essere meno efficace. Quando costruiamo un team per un progetto ci sforziamo di riflettere, nella composizione di questo team, la diversità presente nella società in cui operiamo, perché questa è la strada migliore anche per essere rilevanti per i nostri clienti.

In Ikea nessuno si sente discriminato per come è – non sono io a dirlo, ma le indagini interne che svolgiamo regolarmente. Non esistono nemmeno lavori tipicamente maschili o tipicamente femminili, come magari succede in molte realtà italiane, così ad esempio il nostro direttore vendite è una donna (e mamma di tre figli) mentre il responsabile delle relazioni esterne è un uomo.

Ci sono azioni di supporto alla conciliazione fra tempi di lavoro e di vita?

Si cerca in molti modi di aiutare tutti a conciliare il lavoro con la gestione dei carichi familiari, e penso non solo ai figli, ma anche ai genitori anziani, che statisticamente pesano sulle donne ancor più dei figli.

Per quadri e manager si privilegia la flessibilità: nessun ostacolo alle pause maternità, nessuna penalizzazione al ritorno, e grande libertà nella gestione del proprio tempo, anche lavorando da casa. Si lavora per obiettivi, e il loro raggiungimento conta molto di più della presenza.

Per chi lavora in negozio o in magazzino, dove la presenza è comunque indispensabile, usiamo molto il part-time, anche distribuito in modo variabile durante l’anno: per fare un esempio, ci sono addette che, su una media di 20 ore settimanali, lavorano magari 30 ore a settimana in certi mesi, per azzerare completamente l’orario durante i mesi estivi quando i figli sono a casa da scuola, ma la busta paga resta uguale tutto l’anno.

Io trovo che spesso si tenda a responsabilizzare solo le madri per ogni problema delle giovani generazioni: mamme assenti, iperprotettive, egoiste, troppo esigenti, distratte, eccetra. Pensi sia giusto e naturale, o credi che dovremmo chiamare in causa anche i padri?

Ikea nasce nella cultura svedese, che è molto più paritaria ed egualitaria di quella italiana, e quindi è quindi molto vicina a questo modo di pensare egualitario, più di quanto non lo sia la cultura tradizionale italiana.

A me tuttavia sembra che questo modo di vedere le cose stia cambiando velocemente, anche in Italia. Tutti i hanno dei modelli nei loro genitori, e la loro visione delle cose ne è condizionata e formata: i giovani della Generazione Y hanno avuto e hanno padri e madri entrambi impegnati nel lavoro e nella vita, e sono cresciuti con meno ruoli predefiniti e con un fortissimo senso dell’importanza del work and life balance, per tutti. Penso che questo sia anche il risultato di un buon lavoro delle mamme, no?

Nella tua esperienza è vero quel che spesso si sente dire, che sul lavoro le donne sono le peggiori nemiche delle donne, specie di quelle che hanno un ruolo di potere?

Gli uomini sono più bravi di noi a fare spogliatoio, noi sottovalutiamo l’importanza del networking e abbiamo spesso timore di chiedere aiuto.

Questo è un tema su cui lavorare, e una grande opportunità da innescare, perché ognuna di noi è istintivamente propensa ad aiutare. Le donne devono diventare sempre più consapevoli del fatto che fare networking significa creare una relazione che fa bene, sia dal punto di vista personale che professionale.

Valore D fra le tante attività che promuove cerca anche di stimolare la creazione di un network attivo fra le donne che lavorano in azienda. Lo fa per esempio attraverso i propri eventi, che permettono il contatto con role model e opinion leader, ma anche con momenti di conoscenza e discussione e attraverso il il progetto di Mentorship cross aziendale che ogni anno offre a giovani manager la possibilità di avere come mentor un top manager di un’altra delle aziende associate.

Quali figure di riferimento (realmente conosciute o anche ideali) hai avuto nel corso della tua carriera scolastica e di lavoro? Quali vorresti che avessero i tuoi figli o le tue figlie?

La prima persona che mi viene in mente è mio padre: un manager, sicuramente una persona che ha saputo raggiungere obiettivi e lasciare un segno. Di lui mi è sempre piaciuto il fatto di avere una visione, di essere una persona decisa e orientata all’innovazione. Mi ha sempre spronata e ha creduto in me, e continua a farlo tutt’oggi.

Un’altra persona molto importante nella mia formazione è stata una mia insegnante di lettere, che mi ha trasmesso da un lato l’importanza di seguire le proprie attitudini e i propri sogni, dall’altra la passione per la cultura e la lettura. Spesso vedo persone troppo focalizzate sul proprio lavoro, che non alzano mai la testa per fare esperienze diverse, guardare oltre gli obiettivi aziendali, viaggiare, visitare una mostra. Queste esperienze sono la linfa vitale che ci arricchisce e ci dà stimoli, ispirazione, energia.

Se avessi dei figli, vorrei soprattutto che crescessero imparando a capire cosa vogliono veramente, e con la volontà di lottare per realizzare i propri desideri, anche ambiziosi. Più che una persona, vorrei che incontrassero dei valori: l’importanza dell’impegno sociale, il rispetto, il confronto, e la curiosità di conoscere, viaggiare, fare esperienze.

Grazie Sabina: dove ti troviamo online?

Grazie a te Alessandra: online sono su LinkedIn e su Twitter.

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3 Responses to Il valore della diversità e dell’ascolto – intervista a Sabrina Lucini, ecommerce manager di Ikea Italia

  1. Sabrina scrive:

    Grande Sabry,
    Sei stata come sempre semplice e frizzante !

  2. Paolo Palazzi scrive:

    “Sabrina, … la sua agenda è ancor più incasinata della mia: ci siamo inseguite per un bel po’ di tempo, scambiandoci email e promesse di appuntamenti, prima di trovare un’ora per una chiacchierata tranquilla su conciliazione, pari opportunità, diversità e ruoli.”

    Ma non vi viene mai il dubbio di aver scambiato il lavoro per la vita?

  3. Paolo, il mio lavoro è intensamente mescolato ad altri aspetti della mia vita (famiglia, studio, viaggi, relazioni), ma mi appassiona e mi considero molto fortunata per questo. Di certo non conto i giorni che mancano alle prossime ferie, anche se – governando il mio tempo e potendo decidere che incarichi accettare e quali rifiutare – ho modo di dedicarmi anche ad altro. In ogni caso, chi ti ha detto che nella nostra agenda dei mesi scorsi fossero segnati solo impegni di lavoro? :)

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