Iperconnessi per lavorare meglio

Sono molte le aziende che scoraggiano o proibiscono l’uso dei social network sul luogo di lavoro, motivando la decisione con la difesa della produttività aziendale.

Io ritengo invece che questa scelta sia miope e alla lunga controproducente. Come scrivono Jeanne C. Meister e Karie Willyerd in un interessante post pubblicato sul blog della Harward Business Review, “The Über-Connected Organization: A Mandate for 2010″, le aziende che scelgono di aprirsi alla rete non solo possono sfruttare la disponibilità di un gran numero di strumenti, ma promuovono un ambiente di lavoro aperto, dove le persone sono incoraggiate a condividere, innovare e collaborare.

I social media non sono un fenomeno passeggero: le aziende devono prenderne atto, e riflettere sulla propria identità e strategia, anche con l’obiettivo di stabilire delle linee guida da condividere con i collaboratori.

Questi ultimi – soprattutto i più giovani, abituati a usare la rete e i social network nella loro vita privata – trovano naturale poter usare gli stessi strumenti per gestire le relazioni professionali e la ricerca di informazioni di lavoro; anche se gli è proibito usare Facebook dall’ufficio, non per questo si sentiranno automaticamente non autorizzati a parlare del proprio lavoro “fuori orario”, quindi l’azienda farà meglio a partecipare attivamente alla definizione della propria voce nelle conversazioni online.

Anche l’uso “privato” di Internet in ufficio, se mantenuto entro livelli ragionevoli (non oltre il 20% del tempo), favorisce la produttività, perché offre un momento di “pausa necessaria” e al tempo stesso contribuisce ad abbattere l’idea di una netta separazione fra il lavoro e il resto della propria vita, creando un ambiente “ospitale” in cui ci si sente a proprio agio – e si è quindi disposti a impegnarsi di più e meglio (vedere in proposito i risultati di un’indagine dell’università di Melbourne).

Il post sul sito di Harvard Business Review ha generato un’interessante discussione, di cui cito un commento esemplare:

“Quest’anno abbiamo aperto ai nostri dipendenti i social media. All’inizio, c’è stato un impatto negativo sulla produttività, perché tutti sperimentavano la nuova libertà d’azione invece di lavorare. Tuttavia, la situazione è tornata ben presto alla normalità. I gruppi di lavoro hanno iniziato a esplorare nuovi modi per usare i social media come strumenti di collaborazione. Ora stiamo iniziando a sperimentare il telelavoro da casa, e i social network saranno uno dei mezzi che useremo per comunicare a distanza.

Questo non fa che convincermi sempre più di quanto vado pensando da mesi: la social media strategy delle aziende non ha a che fare solo con la comunicazione e il marketing, ma riguarda la filosofia dell’azienda, la sua organizzazione e la sua visione strategica.

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4 Comments

  1. RiccardoP scrive:

    Alessandra, sono assolutamente d’accordo. Avevo scritto un post sullo stesso tema (con analoghe conclusioni) nel novembre scorso (con analoghe condizioni atmosferiche): http://liberononprofessionista.blogspot.com/2009/11/dubai-e-argomento-caldissimo-in-questi.html
    MI fa piacere che siano suffragate anche da blog molto più nobili del mio, come quello della Harvard Business Review e il tuo, ovviamente. E’ la cultura aziendale a fare la differenza.

  2. [...] giorni scorsi, sul mio blog Common Sense Dispenser, prendevo spunto da un articolo di Harward Business Review per sostenere che il divieto di usare i [...]

  3. luciano scrive:

    In linea di principio sono daccordo ma purtroppo dipende anche dalle persone.
    L’anno scorso abbiamo dovuto chiudere facebook dopo che il firewall continuava a dargli oltre il 90% di pagine viste, nonostante i dipendenti fossero stati avvisati del problema.

  4. alebegoli scrive:

    @luciano, senza la pretesa di pontificare su una situazione che non conosco affatto, mi sembra che un comportamento del genere sia la spia di un problema più generale, che non si risolve solo chiudendo il firewall..

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