Il mio post sull’uso di LinkedIn ha generato un’affollata discussione, che si è svolta in parte su questo blog ma soprattutto all’interno di FriendFeed.
Ringrazio tutti coloro che hanno voluto contribuire offrendo la propria interpretazione dello “spirito di LinkedIn”; come era prevedibile, sono emerse posizioni spesso molto lontane fra loro, il che conferma per l’ennesima volta che l’uso degli strumenti non viene mai determinato in modo univoco da chi li ha creati, ma si definisce via via tramite l’interazione con le persone che li adottano, assumendo a volte forme molto lontane dalle previsioni iniziali.
Nel caso di LinkedIn, quando si manda una richiesta di collegamento al sig. Mario Rossi, si deve rispondere alla domanda “come hai conosciuto Mario?”, scegliendo un’opzione fra:
- collega
- compagno di studi
- abbiamo lavorato insieme
- amico
- altri
- non conosco Mario
Scegliendo le opzioni 1 o 3, si deve indicare, fra le proprie esperienze professionali, quella che ha generato la conoscenza; in modo analogo, se si sceglie “compagno di studi”, si deve dire presso quale istituto; se si sceglie l’opzione “altri”, bisogna fornire un indirizzo email di Mario; se, invece, si confessa di non conoscere Mario, LinkedIn rifiuta di procedere con la richiesta di collegamento.
Questo fa sì che molti mandino richieste a perfetti sconosciuti qualificandosi come “amici”, una scorciatoia veloce per non fare neppure la fatica di esplorare la rete alla ricerca di un email.
L’introduzione dei gruppi, con l’opzione di consentire agli altri membri del gruppo di contattarci, ha fornito un’altra strada rapida per presentarsi a persone con cui non si è mai condiviso nulla se non l’iscrizione allo stesso gruppo di interesse.
L’opzione di “farsi presentare” da una conoscenza comune sembra essere poco utilizzata, più che altro perché spesso chi riceve la richiesta di “presentare” non inoltra il contatto.
In questo panorama, troviamo da una parte chi aderisce rigorosamente allo spirito originario di LinkedIn, accettando e chiedendo connessioni solo a chi fa parte della propria rete (lavorativa o amicale); all’estremo opposto, chi ignora deliberatamente i termini di servizio, e usa LinkedIn per collegarsi con perfetti sconosciuti, nella speranza che questo generi opportunità interessanti. Un sostenitore di questa politica è Chris Brogan, noto blogger e social media expert (vedi un suo recente post sull’argomento LinkedIn).
Nel mezzo, si trovano una gran varietà di sfumature, distinguo, eccezioni: chi deroga alla regola del “conosciuto” per headhunter o possibili clienti, chi valuta le richieste di sconosciuti caso per caso, accettando i CV più “interessanti”, chi usa come discrimine la maggiore o minore “standardizzazione” del messaggio di richiesta (tipo: se non ci conosciamo ma mi motivi la richiesta, ti considero e probabilmente ti accetto; se invece non fai nemmeno lo sforzo di andare oltre al banale “Vorrei aggiungerti alla mia rete professionale su LinkedIn”, ripresentati al prossimo appello).
Alcuni hanno collegato l’atteggiamento “solo con chi conosco” a una matrice culturale tutta italiana, di “fare comunella” solo all’interno del proprio clan, contrapposta a una maggiore apertura e capacità di networking della mentalità anglosassone. Personalmente, se da una parte concordo con l’opinione che in Italia la logica di appartenenza sia (purtroppo) largamente preponderante rispetto a quella del merito, dall’altra ritengo che non ci sia nessun collegamento fra questo e le scelte d’uso di LinkedIn, non foss’altro per il fatto che l’uso “ortodosso” è quello della modalità “solo chi conosco”, ed è stato così definito dai creatori – che, non dimentichiamolo, sono statunitensi.
A questo punto della discussione, ho maturato alcune convinzioni:
- non esiste il punto di equilibrio perfetto e univoco fra i due estremi di linkare tutti e certificare solo i nomi noti: ciascuno fissa la barra del proprio timone a seconda del tipo di lavoro che fa e di quanto è ampio (in termini geografici e di settore) il suo territorio
- personalmente, se qualcuno mi interessa “professionalmente”, continuerò a iniziare l’avvicinamento usando altre modalità: seguire il suo Twitter, leggere il suo blog, entrare un po’ alla volta nelle sue conversazioni. Se proprio ho urgenza di contattarlo, esplorerò le nostre conoscenze comuni (anche su LinkedIn) e chiederò consigli e/o una presentazione. In ogni caso, sia che scelga di chiedergli di collegarci su LinkedIn, sia che gli mandi un normale email, mi preoccuperò di spiegargli il perché e il percome della mia richiesta
- sarò un po’ meno impaziente verso le richieste di collegamento che mi arrivano da sconosciuti: un supplemento di ascolto e di curiosità non possono fare poi tanti danni




