
Leggo le notizie e ogni giorno è un po’ peggio. È come portare uno zaino pesante che non posso abbandonare; mi chiedo quando finirà la salita e mi fermo a bere un po’ d’acqua dalla borraccia.
È tutto così assurdo. Le deportazioni trasformate in meme, la complottista Laura Loomer che fa licenziare membri del Consiglio per la sicurezza nazionale, Kennedy Jr. che taglia fondi alla ricerca scientifica mentre dilagano le epidemie, l’economia che crolla mentre Trump gioca a golf a Mar-a-Lago, e da noi il governo Meloni che riduce il diritto al dissenso, moltiplica i reati come se le grida fossero mai servite a qualcosa, e con l’altra mano nasconde i dati e taglia le risorse.
Leggo su Facebook lo sfogo di Jamie Grove, che conobbi ormai più di dieci anni fa quando decisi d’impulso di partecipare al crowdfunding del primissimo MiniMuseum:
This is not the right way. This is not even the wrong way. It is no way at all.
È come vedere che i tuoi vicini danno fuoco a tutte le case del quartiere, compresa la tua e la loro. E chiedersi come è successo, e come possiamo disinnescare la follia e tornare su una strada che non porti verso la catastrofe.
Luca Sofri descrive bene questo senso di sconcerto:
Le nostre società e culture hanno costruito nei secoli, con fatica, e senza riuscire a convincere tutti, l’idea che chi è più forte debba farsi carico del bene di chi è più debole: senza riuscire a convincere tutti, certo, ma facendo passare l’idea che i non convinti siano nel torto.
[…] Abbiamo insomma stabilito che da un grande potere derivino grandi responsabilità. Ripeto, non abbiamo convinto tutti, ma abbiamo fatto passare che fosse la cosa giusta.
Ora “l’uomo più potente del mondo” ha azzerato tutto questo e proclamato che invece da un grande potere deriva un grande potere, punto. Affanculo le responsabilità. Che maggiori ricchezze, risorse, forza non siano uno strumento per aiutare chi ha meno, e quindi per migliorare le condizioni delle comunità e la convivenza, ma uno strumento per averne ancora di più, di ricchezze, risorse, forza. tra i paesi, e all’interno dei paesi.
Eppure io penso che ci dobbiamo provare, siamo abbastanza in tanti e tante da farcela.
Mi irrita il cinismo che riduce tutto a meme e battute, mi ribello alla rassegnazione di chi scrolla le spalle tanto le persone seguiranno comunque i propri istinti peggiori, perciò non vale nemmeno la pena provarci. Come se la storia fosse già scritta. Come se non avessimo nessun potere, e di conseguenza nessuna responsabilità.
Ne parlavo con Fabrizio e lui mi ricordava che i conservatori statunitensi hanno costruito un manuale dettagliato per riportare indietro la storia, quel Project 2025 che molti liquidavano come una fantasia estremista e ora vediamo concretizzarsi giorno dopo giorno. Hanno immaginato un futuro – per quanto distopico ai miei, ai nostri occhi – e hanno lavorato metodicamente per realizzarlo.
Dobbiamo farlo anche noi: immaginare e poi costruire un futuro diverso. Pensare in grande. Raccogliere le energie migliori e scrivere insieme il manuale per una società tollerante, solidale, frugale – ché non ci possiamo permettere di bruciare l’unico pianeta che abbiamo – e allegra – perché tutto questo possiamo farlo senza perdere la leggerezza e il piacere.
Inizio a metter giù i miei appunti partendo da Joseph Stiglitz, che invita i progressisti a riappropriarsi del concetto di libertà: non il facciamo un po’ come cazzo ci pare dei neoliberisti, non la libertà per i lupi che implica la morte degli agnelli, ma la consapevolezza di dover prendere in considerazione le conseguenze, le esternalità, perché la libertà di esprimere le proprie potenzialità sia accessibile a tutti, non un privilegio ereditato per nascita o estorto dall’avidità.
Molto bella la puntata di Globo in cui Eugenio Cau intervista Stiglitz (comprese le considerazioni sulla necessità che l’Europa si organizzi per essere indipendente dalla tutela USA); un estratto del suo ultimo libro La strada per la libertà. L’economia e la società giusta si può leggere sul sito Mondadori.
“La comprensione del significato di libertà è un preludio al mio obiettivo ultimo: descrivere un sistema economico e politico che offra non solo efficienza, equità e sostenibilità, ma anche valori morali. In questa discussione, il piú importante di tali valori morali è la libertà, ma una libertà concepita come avente legami intrinseci con le nozioni di equità, giustizia e benessere.
[…] Oggi è il neoliberismo – la fede nei mercati non regolamentati e senza freni – ad aver portato a enormi disuguaglianze, offrendo terreno fertile ai populisti. I crimini del neoliberismo comprendono l’aver reso i mercati finanziari liberi di far esplodere la piú grande crisi finanziaria nell’arco di tre quarti di secolo; l’aver reso il commercio libero di accelerare la deindustrializzazione; e l’aver reso le grandi aziende libere di sfruttare in egual misura consumatori, lavoratori e ambiente.
[…] Questa forma di capitalismo non incrementa la libertà nella nostra società. Ha invece portato alla libertà di pochi a spese dei molti. Libertà per i lupi; morte per le pecore.”
Nel bellissimo romanzo Educazione europea di Romain Gary i partigiani nella foresta polacca si danno forza immaginando una società migliore, oltre l’orizzonte della guerra crudele che stanno combattendo. Non è solo resistenza la loro, è anche progetto.
Si intitolerà: Educazione europea. È stato Tadek Chmura a suggerirmi questo titolo. In senso ironico, naturalmente: per educazione europea intende le bombe, i massacri, gli ostaggi fucilati, gli uomini costretti a vivere nelle tane come bestie. Ma io, vedi, raccolgo la sfida. Possono ripetermi finché vogliono che la libertà, la dignità, l’onore di essere uomo non è altro che un racconto per l’infanzia, un racconto di fate per il quale ci si fa ammazzare. La verità è che ci sono momenti nella storia, momenti come quello che stiamo vivendo, in cui tutto quel che impedisce all’uomo di abbandonarsi alla disperazione, tutto ciò che gli permette di avere una fede e continuare a vivere, ha bisogno di un nascondiglio, di un rifugio. Talvolta questo rifugio è solo una canzone, una poesia, una musica, un libro. Vorrei che il mio libro fosse uno di questi rifugi e che aprendolo, alla fine della guerra, gli uomini ritrovassero intatti i loro valori e capissero che, se hanno potuto forzarci a vivere come bestie, non hanno potuto costringerci a disperare.
Trovo un germe potente di questo pensare il futuro in un altro libro: Come ne usciremo, un interessante esperimento di speculative nonfiction curato da Fabio Deotto. È una raccolta di saggi e reportage da un futuro non tanto remoto, un 2040 in cui abbiamo –per il momento – scampato la catastrofe che a metà degli anni ‘20 sembrava inevitabile, passando per scelte giuste adottate per i motivi sbagliati, crimini, disuguaglianze, disastri lungamente annunciati.
Non c’è mai un lieto fine definitivo, e come in Diluvio lungo la storia molte persone si sono fatte male e non tutte sono arrivate vive alla fine; ma c’è un sentiero da cercare.
Combattere per invertire la deriva autocratica ha senso solo se abbiamo uno spazio – mentale, prima ancora che politico – in cui coltivare l’idea di un domani più giusto. Altrimenti resistiamo per cosa? Per uno status quo che funziona a targhe alterne e lascia spazio allo scontento e alla rabbia?
Dobbiamo tornare a pensare in grande al futuro. A immaginare una società migliore di quella che abbiamo, anche se oggi sembra impossibile. Soprattutto se oggi sembra impossibile.