
Dall’altra parte dell’Atlantico è in corso un golpe, anche se Francesco Costa sembra non esserne ancora troppo preoccupato, e l’onda d’urto sta arrivando anche da noi: non c’è modo di evitarla, possiamo solo pensare a come farci meno male possibile, a come resistere per provare a uscirne prima o poi.
Non sarà semplice né indolore, tocca dirlo, e non è neanche scontato che ce la facciamo.
Se hai un po’ di tempo per una lettura lunga, lucida e dura, su Foreign Affairs c’è un articolone di Steven Levitsky e Lucan A. Way, due studiosi che non conoscevo (il primo ha scritto un saggio uscito anche in Italia con il poco rassicurante titolo Come muoiono le democrazie). L’articolo originale, The Path to American Authoritarianism, è sotto paywall, ma puoi farti mandare il link per leggerlo gratis lasciando un indirizzo email. Se vuoi leggerlo in italiano, Marco Taradash l’ha tradotto, il mio amico Giordano Masini mi ha girato la traduzione e io l’ho copiata in questo doc, da assumere a piccole dosi.
Qui da noi nel frattempo gli amici di Putin rialzano la testa, gli antivax imbrattano i muri delle università e ci sono pure gli imbecilli che lanciano petizioni contro quel sant’uomo di Mattarella (non li linko, linko invece la petizione a sostegno del Presidente).
Perché lo sconforto non ci aiuta, e anche perché qualcosa possiamo fare: iniziamo a organizzarci e mettere in fila le cose.
Prima di tutto, accettiamo la realtà: parlare della fine della democrazia fuori dalla nostra bolla non servirà a niente, anche se conoscere i meccanismi con cui la democrazia viene attaccata e indebolita (vedi articolo linkato prima) è utile per capire in quali ingranaggi possiamo buttare sabbia.
Diritti costituzionali, regole, checks and balance, vengono percepiti come irrilevanti e perfino fastidiosi da un sacco di gente. Così come in tutte le fake news c’è un fondo di verità, allo stesso modo c’è qualcosa di comprensibile in questa insofferenza: in un mondo che cambia a velocità smodata, i meccanismi decisionali delle democrazie, la concertazione, la proliferazione delle norme, sembrano – e a volte sono – un ostacolo all’affrontare in modo risoluto ed efficace i problemi. Sto dicendo che bisogna spaccare tutto? No, perché poi i problemi restano, e in più si aggiungono i cocci e le macerie.
Ma per governare bisogna diventare maggioranza, quantomeno maggioranza dei votanti; e, per scongiurare il pericolo di diventare sempre più una minoranza sotto assedio, bisogna trovare dei punti di contatto con chi sta dall’altra parte, o con chi per indifferenza si accoda alla maggioranza corrente. E i punti di contatto praticabili non sono le discussioni sulla legittimità costituzionale di un provvedimento, ma il mettere in primo piano gli effetti di certe politiche sugli esseri umani.
Mi ci ha fatto ragionare una frase riportata da un intervento di Robert De Niro durante uno Stop Trump Summit:
Non parliamo di “democrazia”. “Democrazia” potrebbe essere il nostro Santo Graal, ma per altri è solo una parola, un concetto, e nel loro abbraccio a Trump, le hanno già voltato le spalle.
Parliamo di giusto e sbagliato. Parliamo dell’umanità.
Parliamo di gentilezza. Sicurezza per il nostro mondo. Sicurezza per le nostre famiglie. Decenza.
Diamo loro il benvenuto.
Non potremo ottenerli tutti, ma possiamo ottenerne abbastanza per porre fine all’incubo di Trump
Non la gentilezza delle buone maniere (io saluto sempre tutti i miei vicini, se mai farò una strage saprete cosa dire di me), ma la costruzione di relazioni generose e allegre.
Il mondo migliore a cui aspiro per me e per le persone a cui voglio bene è un mondo tollerante, solidale, abbastanza aperto da poter non essere d’accordo senza sentirsi sotto attacco: quel che posso fare è continuare a costruirlo, anche quando tocca nuotare controcorrente.
Ecco cosa mi ha scritto un amico che vive negli Stati Uniti quando gli ho chiesto come sta vivendo la situazione:
It is just awful. I am trying to do what I can locally to support the groups and people that need it. On a national level, I don’t know what can be done at the moment, other than some things that will require a change in political will across our population. Half of our country voted for this guy and I knew this was going to be the outcome.
[È spaventoso. Sto cercando di fare il possibile a livello locale per sostenere i gruppi e le persone che ne hanno bisogno. A livello nazionale, non so cosa possiamo fare al momento, solo che ci sono cose che necessitano di un cambio di volontà politica da parte della gente. Metà del nostro paese ha votato per lui, e io sapevo che il risultato sarebbe stato questo]
E quando io gli ho chiesto se pensano di essere in grado di reggere due anni fino alle elezioni di metà mandato, visto che il partito Democratico, con alcune eccezioni (Alexandria Ocasio Cortez, Elizabeth Warren, Bernie Sanders, Pete Buttigieg) sembra congelato, ha aggiunto:
That’s what my friends and I are attempting to do. Influence our friends, neighbors and work colleagues. We need to change minds. I do not have faith in the media nor in the current democratic party leadership. I agree those voices you cite are the ones speaking the truth and standing up. I think the old men in the party need to go away.
[È quel che stiamo cercando di fare io e i miei amici. Esercitare influenza su amici, vicini, colleghi. Dobbiamo cambiare la testa alla gente. Non ho fiducia nei media né nella dirigenza attuale del partito Democratico, sono d’accordo con te che le voci che citi sono le uniche che parlano chiaro e si oppongono. Penso che i vecchi del partito debbano farsi da parte.]
Mi ripeto come un mantra ciò che dice AOC: breathe, take care of yourself, ask yourself every day what you can do, do what you can: what you can do is enough. Respira, prenditi cura di te, chiediti ogni giorno cosa puoi fare e fallo: quello che puoi fare è abbastanza.
Alcune cose che possiamo fare: sostenere organizzazioni umanitarie di cui ci fidiamo, cercare (e se possibile pagare) fonti di informazione fidate, decidere dove mettere i nostri soldi (quelli che spendiamo e quelli che risparmiamo).
Un’altra cosa che possiamo fare senz’altro è lavorare bene.
Sì, lavorare bene. Certo, la partita è truccata, i conservatori hanno dalla loro più soldi e più media, ma noi stiamo anche pagando un sacco di errori fatti quando al governo c’eravamo noi, quando ancora ci siamo noi. Abbiamo dato spesso l’impressione di limitarci alle battaglie simboliche – sì, i simboli sono importanti, le parole sono importanti, ma cazzo poi bisogna anche cambiare le cose, non fermarsi alle parole.
E ogni amministratore inetto, ogni assessorato troppo lento, ogni appalto controllato male, ogni commessa affidata agli amici incapaci, noi li paghiamo il doppio.
Perché la dura realtà è che un mondo solidale, tollerante e aperto è un po’ contronatura: noi allo stato di natura siamo bestie territoriali, sospettose del diverso, aggressive con chi arriva da fuori. Per evolvere da scimpanzé a bonobo, cioè per passare da tribù con un maschio alfa che prende a sberle i maschi beta e si scopa tutte le femmine, volenti o nolenti, a una tribù egualitaria in cui i litigi si risolvono con un rilassante cunnilingus, dobbiamo mantenere un ecosistema ricco, stabile e ben funzionante, sostituire un po’ alla volta gli istinti belligeranti con quelli razionali e costruttivi. Tocca farlo ballando all’indietro e sui tacchi a spillo, che ci piaccia o no: possiamo pure lamentarci ma è più utile che ci alleniamo a farlo, in fretta e bene.
È facile? No. Mi incazzo quando non ci dimostriamo all’altezza? Sì. Smetto di provarci? No.
Questa newsletter mi è preziosa e ogni commento / risposta / reazione che ricevo mi dà forza; ma quel che mi aiuta di più in questi giorni è che sto parlando, una a una, con molte persone.
Amici di lunga data, colleghi e colleghe con cui lavoro e che sento in sintonia, gente che stimo con cui in questi anni ho tenuto i contatti da lontano (in questo sì, non posso che restare grata nonostante tutto alle piattaforme social, perché in mezzo a tutta la merda che ci gira riescono comunque a farmi tenere il filo di tanti rapporti).
Uno alla volta, una alla volta, ci mandiamo un messaggio o meglio ancora ci telefoniamo o ci incontriamo: condividiamo la paura e lo sconforto, ma ci diciamo anche “ci sono, ci sei, posso contare su di te, puoi contare su di me”.
Forse per uscire da questo buio toccherà passare per tempi ancora più duri, e ci sarà chi non arriverà dall’altra parte. Leggendo le storie della Resistenza mi sono chiesta spesso cosa avrei fatto io, e speravo di non doverlo verificare di persona; è il momento di prepararsi, e intanto fare scorta di bellezza e umanità, che è per questo che vale la pena provare.
Una lista disordinata di cose che mi hanno fatta stare bene in questi giorni:

La salvezza non ci verrà portata su un piatto d’argento da qualche leader – ne vedi all’orizzonte? Come scrive Robert Reich a conclusione del suo ultimo post, Ten reasons for modest optimism, alla fine ce la faremo perché (o se, dico io) impareremo di nuovo la lezione più importante: le guide che stiamo cercando siamo noi.